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Applausi per Ecce Homo di Lucilla Giagnoni


La storia dell’umanità? Dalla Bibbia a Pinocchio

«Ecce Homo», monologo di Lucilla Giagnoni, è un viaggio travolgente Che fa scoprire quanto siamo simili al burattino di legno di Collodi

Adamo Dagradi, L’Arena, domenica 16 marzo 2014

Teatro Nuovo stracolmo e applausi commossi per Lucilla Giagnoni, attrice fiorentina che l’altra sera ha presentato, nell’ambito della rassegna «Infinitamente», il monologo Ecce Homo. Palcoscenico spoglio: solo un rettangolo formato da alcuni pannelli, sul quale proiettare una serie di composizioni digitali. Immagini e musiche (le prime di Massimo Violato, le seconde di Paolo Pizzimenti) che sostengono con eleganza mai intrusiva la bella voce dell’interprete. Al centro di tutto la parola, la cui forza creatrice definisce esistenze, millenni, religioni.

Dalla Bibbia a Pinocchio: chi mai avrebbe detto che nel romanzo di Collodi si riassumesse la storia dell’umanità intera, attraverso numerosi parallelismi con Vecchio e Nuovo Testamento? Due falegnami: Mastro Ciliegia e Geppetto; due aspetti di Dio: Elohim e Jahweh. L’albero della vita e il legno che prende vita. La morte del burattino impiccato, con l’implorazione al padre, che si confonde col calvario della Croce. La rinascita dalla pancia del Pesce-cane; la resurrezione dal ventre della Terra.

È un viaggio travolgente, quello in cui ci accompagna Lucilla: a cavallo tra recita e conferenza, verso una forma di teatro ibrida, profonda, che nasce da una ricerca semiotica ed etimologica di spessore universitario. Il percorso di Pinocchio è anche quello dell’uomo: da erectus a sapiens fino all’uomo economicus (il Pinocchio avido di denari, raggirato dal Gatto e la Volpe).

Quale sarà il prossimo passo evolutivo? Dovrebbe essere l’uomo felix, felice: per arrivarci dovremo attraversare il deserto per due generazioni (come fecero gli ebrei in fuga dall’Egitto) e liberarci dai fardelli di ciò che è stato e che condiziona il nostro pensare.

Un testo che chiede molta attenzione, quello scritto dalla stessa Giagnoni (in collaborazione con Maria Rosa Panté), ma che ripaga con stupore, per finire sull’onda di un’ariosa apertura che ha strappato più d’una lacrima, al pubblico e all’attrice.

Una preghiera per il futuro della figlia, di tutti i figli, perché sappiamo abbracciare l’immensità del nostro pianeta e della nostra storia, leggerne l’infinita, vitale trama di parentele e generare un futuro migliore.